Il Caffè Martini è stato uno storico caffè di Milano aperto nel 1832, all'angolo tra la Corsia del Giardino e le Case Rotte.[1] Frequentato da un pubblico eterogeneo composto da patrioti, scapigliati, artisti e impresari teatrali, si diceva che ai suoi tavolini arrivasse l'eco dei battimani e dei fischi del vicino Teatro alla Scala.
Storia
La storia del caffè inizia nel 1832, quando Giovanni Martini rilevò il vecchio Caffè del Teatro, rimettendolo a nuovo e attribuendovi il proprio nome.
Il Caffè Martini occupava sia le sale al pianterreno che alcuni locali del mezzanino nei quali erano collocati il biliardo ed alcuni salottini. Il pavimento era in parquet, vi erano stufe, un deposito per ombrelli e bastoni, cannocchiali e tabarri: questi servizi erano gratuiti, eccettuata la stagione di Carnevale, quando si chiedeva agli avventori una piccola mancia.
Nel 1848, durante le Cinque giornate di Milano la barricata davanti alla Scala fu innalzata accatastando tavolini e sedie del Caffè Martini, oltre che attrezzerie e poltrone del teatro (nell'euforia che seguì la cacciata degli austriaci, il caffè prese brevemente il nome di "Caffè delle Cinque Giornate").[2]
L'esercizio era passato già nel 1843 al Cuzzi e al Brambilla, i quali lo cedettero a loro volta nel 1857 al patriota Vincenzo Dujardin che diede brevemente al caffè il proprio nome.[2]
Sempre nel 1857, il suicidio dello scrittore scapigliato Temistocle Prola, che sul settimanale letterario e satirico Il Pungolo si firmava Antar, arrivò durante un veglione della Scala, nel bel mezzo di un galoppe del musicista Paolo Giorza, gelando il sorriso di Cletto Arrighi. La funerea notizia rimbalzò nei locali del Caffè Martini: era il primo lutto tra gli scapigliati.
In visita a Milano, lo scrittore e giornalista Carlo Collodi, seduto ad un tavolo del caffè, seppe che il locale sarebbe presto scomparso: il vecchio Caffè Martini chiuse, infatti, nel 1858 allorché si decise di creare una piazza nello spazio antistante al Teatro alla Scala, demolendo gli edifici esistenti tra il teatro e Palazzo Marino e tra questi quello che ospitava i locali del caffè. Anche Ippolito Nievo si interessò del progetto della nuova piazza della Scala, dimostrandosi dubbioso sulla necessità di intraprendere questi lavori.[3]
Un cameriere del Martini, Angelo Turretta, decise in seguito di riaprire un caffè con lo stesso nome nel palazzo De Marchi, sul lato nord-orientale della nuova piazza (al numero 10) ma l'atmosfera, riportano le fonti, non era più la stessa. Il nuovo caffè Martini fu il primo caffè milanese ad essere illuminato con luce elettrica, nel 1883.
La caricatura degli avventori del Caffè Martini pubblicata su Panorama Universale
I letterati che più di frequente visitavano il Caffè Martini nella metà dell'Ottocento sono stati ritratti in un disegno satirico pubblicato su doppia pagina affiancata sul numero di Panorama Universale del 13 settembre 1856. Alcuni sono seduti, altri sono in piedi a chiacchierare; immancabili, i sigari in bocca. Non sono presenti, invece, le signore.
La Marchesa Colombi ambientò nel Caffè Martini un episodio del romanzo Tempesta e bonaccia. Romanzo senza eroi.[5] Anche Igino Ugo Tarchetti ha dedicato una pagina al Caffè Martini.[6]
^Ippolito Nievo, Attualità, su L'Uomo di Pietra, 20 marzo 1858, pp. 90-92.
^Due riviste umoristiche e letterarie si contendevano a Milano i favori del pubblico: Il Pungolo di Leone Fortis e L'Uomo di Pietra di Antonio Ghislanzoni. Ma alcuni giornalisti e scrittori - a volte senza firmare, a volte cambiando lo pseudonimo - collaboravano sia all'una, sia all'altra rivista. Lo scopo era uno solo: fare un po' di guerra all'Austria.
^«Otto giorni dopo io mi trovava al caffè Martini - quel convegno di artisti che non lavorano, di cantanti che non cantano, di letterati che non scrivono, e di eleganti che non hanno uno spicciolo - e si parlava, raccolti in buon numero attorno ad un tavolo, d'una specie di pasticcio di nuova invenzione, qualche cosa di consimile al pudding, che era stato aggiunto quel giorno alla nota delle vivande del ristorante.
Da questo soggetto la conversazione era caduta, filtrando per l'idea del pudding e dell'oca di cui le classi ricche a Londra usano regalare le classi povere nel giorno di Natale, sul discorso che la regina d'Inghilterra aveva fatto allora al parlamento.
Una frase di questo discorso aveva dato un gran colpo alla discussione e l'aveva gettata di balzo sulle eventualità d'una guerra in Italia. Da ciò, giù per la china delle opinioni e delle antiveggenze personali si era arrivati ai pronostici; e dai pronostici ai presagi; e da questi, entrando nel campo della vita intima, alle fatalità, alle stregature, alle malie; per modo che cinque minuti dopo aver difeso a spada tratta l'eccellenza di questo pasticcio di nuova invenzione, io raccontava a quel circolo di sfaccendati gli avvenimenti incomprensibili di cui era stato testimonio pochi giorni prima a proposito di quel giovine incognito.» Igino Ugo TarchettiI fatali, in Racconti fantastici.