Repubblica rossa di Caulonia«Poi ‘nta la guerra, La cosiddetta Repubblica Rossa di Caulonia nacque il 6 marzo 1945, sotto la guida del sindaco di Caulonia, Pasquale Cavallaro, insegnante elementare, ex seminarista,[2] iscritto dal 1943 al Partito Comunista Italiano, ed ebbe brevissima durata. La rivolta che portò all'instaurazione della Repubblica scaturì dalle proteste e tumulti dei contadini, soggetti ancora a potenti proprietari terrieri che intendevano conservare i privilegi detenuti ai tempi del fascismo[2] e più in generale sin dai tempi post-unitari con la riforma fondiaria che fece ottenere ai latifondisti gran parte delle terre già di proprietà della Chiesa tramite la legge del 7 luglio 1866, che dispose l'incameramento e la "vendita" al libero commercio e alla coltivazione dei beni della manomorta ecclesiastica. I prodromiNel gennaio del 1944 il prefetto di Reggio Calabria nomina Pasquale Cavallaro sindaco di Caulonia, paese in cui si faceva sempre più aspro lo scontro tra braccianti e agrari, a causa delle misere condizioni economiche nelle quali versavano all'epoca i contadini.[2] Per le strade del paese, alcuni gruppi di "partigiani" del Sud capeggiati dal figlio del sindaco, Ercole Cavallaro, iniziano a infliggere violenze: viene assaltata la cascina dell'ex console fascista Nestore Prota; nella stessa occasione viene ferito Pasqualino Roda, un ragazzo che si trovava lì per caso; l'agricoltore Antonio Ocello, accusato di aver messo su un gruppo di reduci fascisti al Nord, viene sottoposto alla roulette russa; il parroco don Giuseppe Rotella, che aveva preso posizione contro le violenze, viene picchiato a sangue con mazze ferrate.[3] Lo svolgimentoIl 5 marzo 1945, in seguito a queste angherie, Ercole Cavallaro viene denunciato e arrestato. Le pressioni del padre per liberare il figlio danno il via alla rivolta del paese: il giorno seguente lo stesso Cavallaro occupa la sede del telegrafo, l'ufficio postale e la caserma dei Carabinieri Reali con un gruppo di fedelissimi. Nel momento in cui sul campanile della chiesa viene issata la bandiera rossa con falce e martello viene proclamata la "Repubblica Rossa di Caulonia" e immediatamente il PCI viene messo al corrente con un telegramma.[3][4] In tutto il paese, intanto, si susseguono eventi raccapriccianti ad opera dei cosiddetti "caulonisti": viene torturato e frustato il notaio, costretto a portare scalzo carichi di sassi pesanti; stessa sorte per l'ingegnere Ilario Franco, le cui ferite vengono tamponate con aceto e sale; alcune donne, tra cui Anna Curtale, Rosa Petrone, Maria Murdocco e Maria Mazza, vengono violentate e stuprate; anche l'operaio Vincenzo Niutta, il calzolaio Raffaele Lucano e il giornalaio Gabriele Lavorata subiscono violenze da parte dei rivoltosi con la coccarda rossa sul petto.[3] Prima dell'arrivo delle forze di polizia da Reggio Calabria alcuni "caulonisti", dopo essere entrati nella casa del parroco don Gennaro Amato (vecchia conoscenza del sindaco Cavallaro ai tempi del seminario)[2], lo uccidono[5] con una scarica di mitra.[3] La fine della Repubblica rossaLa rivolta si estese in poco tempo anche ai comuni limitrofi, anche se durò appena cinque giorni, poiché il 9 marzo venne sedata. Ciononostante, la risonanza in campo internazionale fu grande, tanto che Stalin durante una trasmissione di Radio Praga disse che «ci voleva un Cavallaro per ogni città».[6] In quel breve lasso di tempo i contadini, protagonisti della rivolta, proclamarono più volte la repubblica e istituirono un esercito popolare e un tribunale del popolo. Anche Corrado Alvaro nel suo libro Mastrangelina descrisse così gli avvenimenti:[6] «Sfilavano in massa cantando inni, sventolando cartelli, mulinando bastoni. [...] Tutti insieme si sentivano giovani, padroni della strada, in una raffigurazione storica, in una scena imitata dai libri che avevano letto.» Inizialmente venne sostenuta dal PCI locale; successivamente, dopo l'uccisione del parroco Gennaro Amato, i rivoltosi vennero isolati e rapidamente disarmati. Il 15 aprile 1945 Cavallaro si dimise da sindaco. Il processoIl 23 giugno 1947, i 365 partecipanti alla sommossa furono accusati davanti al tribunale di Locri di: costituzione di bande armate, estorsione, violenza a privati, usurpazione di pubblico impiego e omicidio.[7] Grazie all'amnistia Togliatti quasi tutti riuscirono a evitare la condanna tranne tre persone: Ilario Bava e Giuseppe Menno, responsabili dell'uccisione di don Gennaro Amato, e Pasquale Cavallaro, mandante dell'omicidio.[4] Subito dopo il processo decine di contadini vennero picchiati a sangue e quattro lavoratori morirono per le torture e le violenze subite.[7] Note
Bibliografia
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